2008 04 18 - Lugano (Svizzera) c/o Fondazione Monte Verità

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DePILiamoci va oltre i confini nazionali.

L'associazione Nazionale Svizzera di BioArchitettura-che riunisce oltre 800 professionisti del settore-, in occasione della sua Assemblea annuale ha dedicato un intero pomeriggio ai temi della Decrescita e della DePILazione.

Scarica la Sintesi dell'intervento di Nello De Padova, oppure leggilo in linea qui di seguito.

E' possibile Decrescere e dePILare la BioArchitettura, felicemente?

L'attuale modello di sviluppo, basato sulla preponderanza dell'agire economico nel sistema sociale, rischia di portare alla distruzione del genere umano sul nostro pianeta. Non alla distruzione del pianeta come molti dicono, ma solo del genere umano, in quanto l'uomo è -tutto sommato- la specie più vulnerabile a fenomeni quali la devastazione delle foreste, la fine del petrolio, la crisi delle materie prime, ecc... Quasi tutte le altre specie e -comunque- il pianeta, sarebbero in grado di sopravvivere a grandi inondazioni, riscaldamento atmosferico, indisponibilità di materiali quali la plastica e tutti i derivati del petrolio, solo l'uomo -anzi forse solo l'uomo “occidentalizzato” o comunque vivente in zone “sviluppate” del pianeta- non può sopravvivere a questi eventi, o se lo può lo può con gravi ripercussioni sociali.
 

Tutto ciò è dovuto, per chi crede nella Decrescita Felice, alla preponderanza dell'agire economico nel sistema sociale. Chi crede nella Decrescita Felice, crede infatti che la soluzione di tutto sia nel riportare il sistema economico nel suo alveo fisiologico da quella posizione centrale e dominante (patologica) in cui dal 1929 in poi volontariamente l'uomo l'ha messa.

Si tratta cioè di prendere coscienza che oltre agli scambi mercantili (gli unici e soli che fanno crescere il PIL) è possibile e necessario che la società si basi sugli scambi non mercantili (economia del dono) e sull'autoproduzione. Scopo del mio intervento sarà quindi quello di “evangelizzare” i presenti circa questa pratica (non teoria ma pratica perchè la Decrescita Felice non è, e non vuole essere, speculazione teorica ma solo esperimento pratico) sperando di lasciare in voi semi capaci di germogliare e dare frutti utili alle generazioni future.

Il contesto mi pare peraltro particolarmente interessante perchè le attività da voi svolte hanno impatti piuttosto lunghi nel tempo e quindi se nella vostra prossima vita professionale progetterete e realizzerete interventi di modifica del territorio (urbano e non) in modo Decrescente quello che farete darà frutto per molti anni. Per questo cercherò di essere particolarmente convincente!!!


Per poter sperare che il seme germogli devo necessariamente fare una piccola opera di dissodamento e concimazione del terreno, cercando di chiarire cosa intendo per scambi mercantili, scambi non mercantili e autoproduzione.


Se io vado al mercato e scambio con del danaro un prodotto (ad esempio una mela) ho fatto uno scambio mercantile. Ho cioè acquistato un prodotto da qualcuno che lo ha prodotto al preciso scopo di venderlo. Per poter acquistare questo prodotto ho utilizzato del danaro che a mia volta mi sono procurato vendendo qualcosa che avevo prodotto (ad esempio una pera) allo scopo di procurarmi danaro.

In realtà se avessi portato direttamente una pera al mercato e l'avessi scambiata con la mela non sarebbe cambiato molto. Avrei fatto quello che si chiama un BARATTO, ma comunque avrei agito in un MERCATO, avrei comunque realizzato uno SCAMBIO MERCANTILE. Sin da quando l'uomo ha cominciato a manipolare oggetti ed ha acquisito particolari abilità nel realizzare prodotti ha trovato nello scambio mercantile un ottimo mezzo di miglioramento del suo stato. E' normale che qualcuno sia più bravo di altri nel produrre pere e che altri siano più bravi a produrre mele, e per questo è meglio che ciascuno si specializzi in qualcosa (produrre mele, produrre pere, portarle al mercato, ecc...) invece che chiedere a ciascuno di fare tutto e di essere attrezzato per fare tutto. Già all'età della pietra tutto ciò avveniva: a pochi chilometri dal posto in cui abito, in Puglia, esiste una caverna che a quell'epoca era abitata da una comunità di una ventina fra uomini, donne e bambini, specializzati nella produzione di punte per lance, lame per coltelli, ecc... tutte fatte con la selce che era presente in una certa quantità in quella grotta.

Questa comunità scambiava questi prodotti, queste merci, con prodotti, merci, realizzate da altre comunità che abitavano caverne vicine, anzi neanche troppo vicine per quei tempi.


In quella comunità una parte del tempo era dedicato dai componenti a questa attività finalizzata alla realizzazione di merci, ma molto tempo, la parte preponderante, era dedicata ad altre attività. In particolare una parte importante del tempo era dedicata a quello che noi oggi chiamiamo “lavoro di cura”, cioè ad addestrare i giovani alla caccia, ad insegnare loro come accendere il fuoco, a togliersi vicendevolmente i pidocchi, a tenere ordinata e pulita la caverna, a realizzare riti e curare malattie, ecc... E questo lavoro era svolto “senza nulla in cambio” o meglio “senza uno scambio immediato”. Ciascuno realizzava questo lavoro a beneficio di altri componenti della comunità senza avere “direttamente” nulla in cambio. Talvolta questo tipo di attività era realizzato anche con comunità vicine: se c'era bisogno di spostare grossi massi alcuni componenti di una comunità andavano in aiuto “gratuito” degli altri. Perchè accadeva tutto ciò? Perchè la comunità (le comunità) ne aveva (ne avevano) bisogno. Perchè questo era il succo della comunità, questo trasformava l'insieme dei singoli in una comunità (cum munus – con dono); il mettersi a disposizione ognuno degli altri era una regola non dichiarata ma sempre rispettata: sicuri che in futuro il ruolo di donatore e ricevitore del dono si sarebbero invertiti. Si tratta dell'economia del dono: quella che centra il suo funzionamento sulla solidarietà, sulla fiducia, sulla relazione. L'economia del dono funziona secondo tre semplici regole: Chi può deve donare, chi riceve un dono deve accettarlo, chi accetta un dono si impegna per il futuro a fare a sua volta un dono più grande (non necessariamente verso lo stesso componente della comunità da cui ha ricevuto il dono). L'economia del dono è quella in cui se io ho una pecora che produce più latte di quanto me ne necessiti, io dono il latte in eccesso a chi ne ha bisogno. Ed è importante fare attenzione al fatto che se non viene utilizzato subito il latte diventa acido e quindi inservibile e senza valore per me, ma se donato subito ha un grande valore per chi lo riceve. Chi riceve il latte è ora obbligato a donare qualcosa a qualcun altro, qualcosa di valore superiore al valore ricevuto e non al valore nullo che il latte aveva per chi l'aveva donato. Quindi chi riceve il latte, se ha una gallina, donerà delle uova a qualcuno della comunità, e questi la sua capacità di costruire una capanna resistente ad un altro componente, e così via. Prima o poi a me, che avevo donato solo del latte per me senza valore, arriverà qualcosa; semmai un prosciutto!!!


Credo che ora sia chiaro come oltre allo scambio mercantile (o se volete oltre l'economia mercantile) esiste una possibilità diversa di scambio non mercantile (o se volete economia del dono) che, a ben pensare è presente ancora (seppur in spazi sempre più ridotti) nella nostra società. E' il caso di un genitore che accompagna a scuola il figlio di un vicino oltre al suo.


Ma in quella comunità della caverna di cui parlavamo il tempo non era dedicato solo alla produzione di merci da scambiare nell'economia mercantile o alla realizzazione di attività a favore della comunità nella logica del dono. La gran parte del tempo quella comunità lo dedicava all'autoproduzione. Quella comunità cacciava, raccoglieva prodotti della terra, cominciava a coltivarla, cuciva i propri vestiti, ecc....


Cosa autoproduciamo noi? Se va bene la cucitura di un bottone ad una nostra camicia.


Se rappresentassimo con tre cerchi concentrici le attività produttive ponendo al centro quelle orientate all'autoproduzione (cioè alla produzione finalizzata all'utilizzo diretto proprio o al più di alla ristrettissima cerchia della propria “famiglia”), nella prima corona circolare quella orientata all'economia del dono (o di relazione) e nell'ultima quella orientata all'economia mercantile, avremmo subito evidenza di come nelle comunità umane, sino al boom del consumismo la prima e la seconda area erano molto ampie e la terza molto ridotta.


Grazie alla tecnologia, alla ricerca scientifica, alla disponibilità di fonti energetiche a basso costo questi tre cerchi si sono molto allargati, nelle zone sviluppate della terra, negli ultimi due o tre secoli, ma comunque fino al boom del consumismo l'area dell'autoproduzione era quella proporzionalmente più grande. Da quel momento in poi tutto è cambiato: l'area dello scambio mercantile ha cominciato a prendere il sopravvento ed ha eroso spazi sempre più ampi alle altre aree.

 

  

Gli scambi non mercantili sono stati sostituiti da surrogati di servizi pensati per “liberare” le persone (ed in particolare le donne, per permettere loro di andare a lavorare nella zona “mercantile”): babysitter, badanti, dogsitter, addetti alle attività domestiche, scuolabus, ecc... hanno reso inutile lo scambio non mercantile e con ciò hanno depauperato le relazioni di vicinato. 30 anni fa in un condominio di 40 famiglie ci si conosceva tutti e nel cortile bastava un adulto per “sorvegliare” decine di bambini. Oggi in minicondomini di 6 famiglie si rischia di non sapere chi abita sopra o sotto di noi e nel cortile, se c'è, ci sono solo le macchine; i bambini sono negli asili nido, nei centri sportivi, nelle ludoteche.

L'autoproduzione è stata addirittura additata come pericolosa, rischiosa, inutile, dannosa per la società. Al punto da essere sempre più spesso vietata per legge. 30 anni fa era tipico ridipingersi l'appartamento. Ora lo fanno ditte specializzate.


Tutto ciò è in diretta relazione con l'ossessione della crescita, della crescita del PIL: Prodotto Interno Lordo. Anche se oramai è accertato e confermato che il Benessere non ha nulla a che fare (almeno per i paesi cosidetti sviluppati) con il PIL tutto il nostro sistema sociale è basato sulla crescita del PIL che poi significa crescita del sistema economico. L'aveva già detto Robert Kennedy il 18 Marzo 1968, in un famoso discorso, ma non l'abbiamo ascoltato. Anzi l'abbiamo ammazzato!!!


Ebbene chi crede nella Decrescita Felice crede che per salvare il mondo sviluppato (o se volete occidentale) e per evitare che i cosidetti “paesi in via di sviluppo” prendano la nostra stessa brutta china, occorre riportare il giusto equilibrio fra i tre cerchi, usando la tecnologia e la scienza per pensare e realizzare processi produttivi e prodotti, manutenibili, riparabili, di lunga durata, modificabili, riusabili, smontabili e smaltibili riciclando al massimo. Tutte cose che riducono ovviamente l'ampiezza della corona più esterna a vantaggio di quella più interna.

Inoltre piuttosto che orientare la produzione (e le menti) al concetto di proprietà/possesso dei prodotti, la Decrescita Felice propende per l'uso dei prodotti “in comune” per ottimizzarne lo sfruttamento, attraverso noleggio, prestito, ecc...


Ai pochi che avranno avuto la pazienza di seguirmi si staranno chiedendo: ma cosa centra tutto ciò con la BioArchitettura?


E qui ho paura di dover deludere voi che pazientemente mi avete ascoltato, perchè la mia risposta a questa domanda è: NON LO SO!!!


Non lo so' perchè i BioArchitetti siete voi e perchè spero che, se vi ho convinto o almeno incuriosito, sarete interessati e capaci di trovare soluzioni tecnologiche, prodotti e processi produttivi utili ad innescare il processo che ho descritto.


Da parte mia posso solo fare dei riferimenti ad esempi legati alla edilizia, architettura e urbanistica “tradizionali”, ignorando se quanto stò per dire ha qualche utilità nella bioedilizia, bioarchitettura e biourbanistica.


Ad esempio in materia di Edilizia so' di esperimenti di autocostruzione / autoristrutturazione di immobili destinati all'abitazione: in Italia ci sono una decina di casi, in genere coperative di giovani famiglie che iniziano questo percorso prevalentemente per motivi economici. Sono molto osteggiati dalle autorità e dalle lobbies dei costruttori e dei professionisti. Trovano molti ostacoli per le certificazioni impiantistiche che le norme prevedono, ma stanno riuscendo a cavarsela. Diffusissimi sono i casi di autocostruzione o almeno l'autoinstallazione di impianti per il solare termico, numerosi quelli di autoinstallazione di impianti fotovoltaici. Ecco credo che se voi cominciaste a progettare edifici che siano facilmente manutenibili da chi li usa, fareste cosa utile per la Decrescita Felice, ed in particolare per il recupero del cerchio interno rispetto alla corona esterna del modello di cui abbiamo parlato.


In materia di Architettura, penso agli esperimenti di progettazione e realizzazione di immobili con molti spazi e strutture comuni: è il tema del cohousing, dove si riscopre il piacere (ed il vantaggio economico ma soprattutto sociale) di stare assieme utilizzando al massimo spazi comuni e strutture comuni per il lavaggio e l'asciugatura del bucato, piuttosto che spazi comuni per stare con i propri figli, piuttosto che officine comuni in cui riparare -sfruttando le competenze disponibili nella comunità- elettrodomestici, mobili, suppellettili, ecc...

Nel caso di immobili destinati alla produzione (fabbriche, uffici, ecc...) penso al recupero dell'idea di salamensa o per lo meno di spazi comuni da dedicare alla pausa pasto, piuttosto che alla presenza di infrastrutture per tenere i figli dei dipendenti affidandoli a propri colleghi (e non, possibilmente, a personale appositamente assunto)

Ecco credo che se voi cominciaste a progettare edifici che facilitino le relazioni fra chi li usa, fareste cosa utile per la Decrescita Felice, ed in particolare per l'ampliamento della prima corona rispetto alla corona esterna dell'economia di mercato.


In materia di Urbanistica sono meno “attrezzato”, ma mi viene in mente che riportare il lavoro vicino a dove si abita (se non addirittura nelle case) sarebbe cosa utile alla riduzione dello spreco di energia per una mobilità che diverrebbe così non necessaria di quanto si possa fare per ottimizzare la mobilità con servizi pubblici ecocompatibili.

Evitare i quartieri dormitorio, progettare le città perchè siano policentriche, progettarle perchè rimangano piccole e ben collegate fra loro evitando le metropoli, pensare spazi fruibili dalle famiglie, progettandoli perchè la manutenzione sia ridotta al minimo e realizzabile dalle famiglie stesse in modo che il loro uso non comporti “costi”.


A questo punto vi chiedo, quando pensate nuovi materiali, nuovi processi produttivi, nuove distribuzioni degli spazi ed uso degli ambienti, e vi preoccupate che siano compatibili con l'ambiente, parsimoniosi nelle necessità energetiche, ecc... di aggiungere alle vostre valutazioni anche una attenzione a come le vostre scelte impattano, ed impatteranno per molti anni, su quei tre cerchi concentrici.
 

Grazie per l'attenzione, e spero abbiate qualche domanda da farmi.

 

 

All'incontro ha partecipato anche Paolo Ermani, vicepresidente del Movimento per la Decrescita Felice, che ha introdotto il tema della Decrescita e presentato il Movimento.

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