20131019 - Pescara - Incontro del Forum SEL "Sostenibilità Socio Ambientale"

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Il 19 ottobre 2013 Nello De Padova partecipa, nella sede del Consiglio Regionale dell'Abruzzo, ad un incontro pubblico, dal titolo (RI)conversione Ecologica dell'Economia, promosso da alcuni esponenti di SEL (Sinistra Ecologia e Libertà) che da alcuni mesi hanno dato vita ad un gruppo di lavoro nazionale denominato "Forum Sostenibilità Socio-Ambientale SEL".

Scopo dell'incontro, cui partecipano anche Gianni DE CESARE (segretario regionale della CGIL) e Livio MARTINI (vicepresidente dell'associazione Comuni Virtuosi), è quello di avviare un primo confronto circa la possibilità per questa forza politica di di individuare nuovi fondamentali in materia economica che possano superare la logica della crescita infinita della produzione e, quindi, del Prodotto Interno Lordo.

Al tavolo dei relatori, per SEL, sono presenti l'Onorevole Filiberto ZARATTI, il consigliere regionale Franco CARAMANICO e Silvio DE LUTIIS del direttivo provinciale di Chieti. Nel pubblico, non numeroso ma sicuramente ben assortito ed interessato, numerosi esponenti dello stesso partito, dal livello locale fino a quello nazionale.

In questo contesto Nello De Padova, prendendo spunto da quanto riportato da tutti i relatori nei propri interventi, pone l'attenzione su alcuni punti cercando di concentrale l'attenzione sulla necessità di affrontare la lettura della situazione presente e la definizione di possibili strategie con occhi nuovi e menti aperte ad ipotesi sino ad oggi inesplorate o ritenute inesplorabili.

In merito ricorda la necessità di intendersi sulle parole che si usano, poiché nel volgere di pochi anni alcune di esse, spesso molto importanti, sono state stravolte o almeno limitate nel proprio significato.

Una di queste, forse la più interessante nel dibattito in corso è la parola LAVORO. Chiunque in questo periodo pensa a questo termine immaginando tutte e sole le attività svolte a fronte di una retribuzione, ma solo una parte del LAVORO è in effetti attività volta a procurarsi un mezzo (il danaro) necessario per un successivo scambio con delle merci non acquisibili che sul mercato.

Fino a poco tempo fa invece con questo termine si intendeva anche l'insieme delle attività svolte per l'autosoddisfacimento di alcuni propri bisogni: dal prepararsi da mangiare al tenere in ordine la casa al riparare una bicicletta o un elettrodomestico. Fino al curare un orto domestico o all'aver cura dei propri cari

Ma con questo termine ci si riferiva anche all'impegno delle persone in attività di rilevanza sociale: dal fare il catechista all'impegno sindacale o politico oppure il volontario di una associazione di assistenza e cura per ammalati.

Solo recentemente, con la sempre maggiore invasione del mercato in attività non tradizionalmente mercificate piuttosto che con l'introduzione di normative e/o tecniche produttive che di fatto impediscono a ciascuno di far da se e soprattutto di riparare da se, queste attività (senza corresponsione di reddito) sono diventate tanto marginali da lasciare che la parola LAVORO sostituisse quelle che invece è l'OCCUPAZIONE.

Recuperato il senso ampio del termine LAVORO viene quindi la tentazione di chiedersi, finalmente, se non sia possibile tornare ad ampliare il LAVORO umano proprio per sopperire alla impossibilità di aumentare l'OCCUPAZIONE ed anzi di utilizzare proprio questa leva per ridurre la necessità di OCCUPAZIONE (e di reddito) di ciascuno anche allo scopo di lasciare spazio ad INOCCUPATI: insomma l'idea è quella di spingere nella direzione di un Part Time diffuso certo non per chi con un reddito inferiore ai 1000 euro mensili oggi non riesce ad arrivare a fine mese ma per chi guadagnandone ben di più sarebbe ben felice di ridurre il proprio reddito e proporzionalmente il tempo dedicato a procurarsi quel reddito.

Sarà così possibile immaginare che lo scopo di rendere l'economia sostenibile dal punto di vista ambientale non dovrebbe essere quello di creare nuova occupazione (che peraltro probabilmente non sarebbe occupazione creata ma solo spostata da settori “non sostenibili”) ma quello di rendere l'occupazione socialmente sostenibile limitandola a quella veramente necessaria. Riducendo quindi la corsa a produrre per vendere tutto quanto ciò che si può procurare altrimenti. Una sorta di principio di sussidiarietà che invochi il diritto di tutto ciò che non è merce a non diventarlo.

Ad esempio è economia sostenibile e programmazione di investimenti saggia quella che prevede la costruzione di nuovi ospedali? Cioè tutto ciò che serve a fare “sanità”? O forse non è meglio fare seriamente della buona prevenzione (più economica ma anche meno capace di creare occupazione se non addirittura furiera di riduzione dell'occupazione attuale) attraverso la diffusione di una mobilità migliore, di una alimentazione migliore, di stili di vita meno stressanti, ecc.... Cioè di fare investimenti per la “salute” invece che per la “sanità”?

Non è forse vero che se facciamo meno e facciamo meglio generiamo vero ben-essere invece che il tanto-avere che il modello attuale ci propone (o meglio ci impone)?

Idea sostanzialmente affascinante se non fosse che la crescita è necessaria per sostenere il debito pubblico ed il pagamento dei relativi interessi. E qui si introduce tutto un altro tema: siamo sicuri che il debito pubblico sia una cosa saggia? Siamo sicuri che uno stato per sostenere le proprie spese ed i propri investimenti debba ricorrere all'indebitamento. Siamo disponibili a rinunciare a ciò che non si può fare se non indebitandosi o ancora a chiedere con forza che sia la tassazione e solo la tassazione la fonte di tutte le esigenze dello stato?

Del resto la non sostenibilità del debito pubblico sembra oramai essere acclarata se è vero come è vero che la Cina sta pesantemente facendo pressioni sugli Stati Uniti (ci cui possiede gran parte del debito pubblico) affinchè non adotti politiche inflazionistiche che svaluterebbero i titoli di stato americani.

Sembra peraltro non più sostenibile neppure l'ipotesi, anche questa tanto cara alle sinistre, di utilizzare la leva della creazione di occupazione come veicolo di crescita futura. Il che sostanzialmente mette in dubbio l'utilità di usare l'incremento del debito come leva di crescita. E seppur fosse vero che la creazione di occupazione, grazie a politiche di finanziamento di tale creazione tramite incrementi di debito pubblico, di oggi genera crescita domani ci si chiede: a cosa serve tale crescita se non, esclusivamente, a garantire la solvibilità di tale debito e cioè a garantire la possibilità di pagare di creditori gli interessi su tale debito?

Anche l'idea di potenziare gli interventi nel settore della cultura fino a creare una “industria della cultura”, seppur pregevoli poiché finalizzati a far aumentare il livello di conoscenza – consapevolezza diffusa, ha il suo limite fondamentale nel non riconoscere che cultura è “saper suonare uno strumento musicale” molto più che “avere disponibilità di reddito per acquistare i biglietti per un concerto”. In tal senso sicuramente l'idea di sostituire il PIL come indicatore di benessere con il BES recentemente introdotto dall'ISTAT è sicuramente pregevole poiché quest'ultimo, proprio in relazione alla cultura, sostituisce la spesa per produzioni culturali e gli incassi di tali produzioni (due elementi che incrementano il PIL) con la enumerazione delle persone che fruiscono di tale cultura mercificata. Ma, si ribadisce, solo quando si misurerà il tempo dedicato dalle persone a suonare in compagnia uno strumento musicale si avrà un indicatore veramente significativo del benessre di quelle persone. Peccato che attività conviviali di questo genere non fanno aumentare il PIL ma neppure “l'industria della cultura”.

Anche la proposta di incentivare attività a bassa intensità di capitale ed alto contenuto di lavoro, proposta da un altro relatore, sembra discutibile. La tesi (cara in vero anche ad alcuni studiosi di decrescita) infatti penalizza l'ingegno umano che ovviamente è bene sia sempre proteso alla individuazioni di soluzioni (tecnologiche e quindi in linea di principio ad altro contenuto di capitale) che aumentano sempre la produttività. La questione non è quella di tener bassa la produttività per tenere la gente occupata per molte ore al giorno ma di utilizzare la continua crescita della produttività per, a parità di produzione, liberare la gente dal tempo di lavoro.

Ed in questa logica vanno considerate tutte le iniziative tese al risparmi energetico, alla produzione energetica di piccola scala, alle ristrutturazioni efficentanti, agli interventi a tutela del territorio, a quelli per la gestione ottimale dei rifiuti e dei reflui: non occasione per aumentare l'occupazione a lungo termine ma soluzioni ponte verso una società a bassissima intensità di lavoro: in cui piccola comunità è autosufficiente energeticamente, non produce rifiuti, si prende cura continuamente e preventivamente del proprio territorio, ecc.... e quindi non necessita di lavorare per guadagnare soldi per pagare bollette o personale pubblico o parapubblico che si occupa dei rifiuti o di intervenire a risolvere i guasti generati da una distratta gestione del territorio.

In questo senso è il caso di comprendere esattamente cosa si intende quando si dice che “si può valorizzare la montagna e le sue comunità ancora tanto solide in Abruzzo”, perchè il termine VALORIZZARE cioè VALORE come già si è detto del LAVORO è un termine che è stato preso in ostaggio dalla logica mercantile: ed allora si immaginano forse borghi montani i cui abitanti si trasformano in frenetici gestori di Bed & Breakfast? Oppure borghi di cui si torna ad apprezzare il lento scorrere del tempo ricco di emozioni e serenità molto più che di soldi?

Durante l'incontro vien fuori con forza il tema della redistribuzione; la domanda a questo proposito è: è disponibile il sindacato e la sinistra italiana a dire chiaramente a Marchionne che afferma di riuscire a pagare gli stipendi a Pomigliano con gli utili delle fabbriche polacche “no grazie, preferiamo che Pomigliano sia chiusa e che la ricchezza prodotta in Polonia rimanga ai lavoratori polacchi!!!”. Si perchè la redistribuzione e la rilocalizzazione della ricchezza va di pari passo con quella del lavoro in un auspicabile mondo della post-crescita e dell'economia stazionaria.

L'intervento di Nello De Padova si conclude con un ultimo chiarimento terminologico teso a fare chiara distinzione fra il termine DECRESCITA ed il termine RECESSIONE, visto che durante il dibattito qualcuno ha denominato l'attuale situazione (di recessione appunto) come “decrescita infelice”. Per fare ciò ripropone un esempio figurato coniato da Maurizio Pallante: La RECESSIONE è la situazione di un obeso che vorrebbe continuare il proprio stile di vita e di alimentazione ma al quale viene impedito continuare a mangiare male e tanto, la DECRESCITA è la situazione di un obeso che decide scientemente di mangiare meno e meglio.


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