"La misurazione del Benessere e la Crescita". La tesi di laurea di Antonio CASTELLANO

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Antonio CASTELLANO ha conseguito la propria Laurea Specialistiva con 110 e lode presso l'Università del Salento con questa interessante tesi che, tra l'altro, consente di capire il vero valore di tanti indicatori o pseudoindicatori di "benessere" utilizzati spesso con molta superficialità ed approssimazione.

Ancora una volta il lavoro di tesi è svolto in ambito economico, in questo caso presso la Facoltà di Economia - Corso di Laurea in Scienze Economiche, sintomo di una profonda riflessione in corso su questi temi fra i docenti, i ricercatori ed in genere gli esperti di questa materia.

La tesi, dal titolo "La Misurazione del Benessere e la Crescita. Aspetti Teorici ed Evidenza Empirica" è stata discussa con la Prof.ssa Alessandra CHIRCO il 10 dicembre 2008.


Buona lettura e, soprattutto, via ai commenti!

 

Qui di seguito una sintesi del lavoro di Antonio con alcune note a corredo.

Il miglioramento continuo della qualità della vita è forse l’obiettivo principale che ogni individuo si propone di raggiungere nell’arco della sua esistenza. Il livello di qualità della vita, quello che comunemente può essere definito come benessere individuale, dipende dal grado di soddisfazione degli infiniti bisogni materiali e immateriali che caratterizzano ogni essere umano.
L’aspirazione verso più alti livelli di benessere è avvertita naturalmente anche a livello di collettività, tanto da poter essere considerata come il fine ultimo di tutte le scienze sociali, e delle scienze economiche in particolar modo. L’economia, infatti, altro non è che lo studio di come organizzare risorse scarse per soddisfare al meglio i bisogni individuali e collettivi.
A livello sociale però non è semplice fornire una precisa e condivisa definizione di benessere, che possa essere utilizzata per costruire un indicatore in grado indirizzare con chiarezza le politiche economiche e istituzionali di una comunità.
Tradizionalmente il problema è stato affrontato assumendo una sostanziale equivalenza tra benessere e reddito. Con estrema semplificazione, il ragionamento alla base di questa ipotesi può essere così sintetizzato: esiste un complesso di bisogni la cui soddisfazione aumenta il livello di benessere di una collettività; poiché le merci servono a soddisfare i bisogni, averne a disposizione una maggiore quantità consente di raggiungere un più alto livello di benessere.
Per questo motivo nel corso dei decenni il Prodotto Interno Lordo (PIL), nato per misurare il valore dei beni e servizi finali prodotti in un Paese, è diventato il principale indice di benessere sociale, anche in virtù di una forte correlazione positiva con altri “segnalatori” di benessere, quali ad esempio la durata della vita media. Parallelamente si è sviluppato quel particolare filone di studi economici che va sotto il nome di teoria della crescita, il cui scopo è quello di spiegare sia i fattori che determinano la crescita economica di un paese sia quelli che determinano i differenti tempi e ritmi di crescita tra i diversi paesi.
Tuttavia negli ultimi anni molti studiosi hanno sottolineato come sempre più spesso la crescita economica misurata dai sistemi di contabilità nazionale non si sia tradotta in concreto sviluppo per gli individui, cioè in un miglioramento effettivo della qualità di vita.
Uno degli obiettivi di questo lavoro è quello di descrivere i limiti intrinseci del Prodotto Interno Lordo nell’assolvere correttamente al compito di misurazione del benessere. Il PIL, infatti, considera solo alcuni degli aspetti che possono avere un effetto sul benessere sociale e individuale trascurandone altri ugualmente importanti, mentre attribuisce un valore positivo ad elementi, quali ad esempio l’inquinamento e le spese di guerra, che invece riducono la qualità di vita delle persone.
Le critiche rivolte verso questo indice hanno dato vita ad una vasta ricerca volta a costruire una nuova misura del benessere di una società. Sono stati creati in questo modo decine di nuovi indicatori molto differenti tra loro, ma nessuno è ancora riuscito ad affermarsi quale sostituto del PIL.
Si vuole, quindi, individuare tra le varie proposte uno o più indicatori che possano concretamente essere utilizzati in alternativa al Prodotto Interno Lordo, sia come parametro guida delle politiche governative sia nella ricerca economica, e valutare se l’utilizzo di questo indice abbia delle ripercussioni sulla stima dei modelli di crescita tradizionali.



BREVE SINTESI DELLA TESI


Il lavoro si articola in quattro capitoli. Nel primo capitolo si procede ad un inquadramento teorico del problema introducendo i concetti di benessere, crescita e sviluppo. In particolar modo si ripercorre a grandi linee il dibattito che si è svolto intorno alla definizione di benessere sociale, con la contrapposizione dei differenti approcci sull’argomento, dall’utilitarismo classico di Pigou alle nuove elaborazioni sociali ispirate dall’opera di Amartya Sen.
Parallelamente si osserva anche l’evoluzione della teoria della crescita, da concezioni prettamente quantitative verso nuovi scenari di sviluppo, che oltre la dimensione economica considerano rilevanti anche gli aspetti sociali e ambientali.
Nel secondo capitolo si prende in considerazione il Prodotto Interno Lordo descrivendone le modalità di calcolo, gli scopi per cui è stato concepito e le ragioni che lo hanno portato a diventare il più importante indicatore in campo economico. Inoltre si analizzano in dettaglio alcuni dei suoi limiti nell’assolvere correttamente al compito di misura del benessere e le implicazioni che questi possono avere sulle dinamiche di crescita.
Il terzo capitolo è dedicato ad una rassegna dei principali indicatori proposti come misure alternative di benessere. Dopo aver descritto l’evoluzione di questi indici e le possibili modalità di classificazione si approfondisce l’analisi di quegli indici che sembrano avere i migliori requisiti concettuali per essere impiegati nella teoria economica come misura del benessere.
Nell’ultimo capitolo si vuole verificare la possibilità di utilizzo di uno di questi indici nella stima dei modelli di crescita tradizionali. Si procederà infine ad un confronto tra i risultati ottenuti con il PIL e quelli ottenuti utilizzando l’ISEW/GPI, ritenuto il più adatto a essere utilizzato nella teoria della crescita rispetto a indicatori di tipo sociale come lo Human Development Index.



NOTA PERSONALE SULL’AUTORE


Negli anni il mio percorso di studi mi ha portato ad affrontare più volte le tematiche delle politiche economiche; l’obiettivo principale di tutte le teorie macroeconomiche è quello della crescita economica, la ricerca, cioè, di un costante e duraturo aumento del Prodotto Interno Lordo nel corso del tempo. Crescere, crescere, crescere: è questo il messaggio che l’ortodossia economica sembra proporre costantemente attraverso le sue teorie.
È in questo contesto che sono maturate in me le prime perplessità circa la sostenibilità di simili modelli di sviluppo; modelli di sviluppo che ignorano gli effetti ambientali e sociali della crescita economica così come la perdita permanente di capitale e finiscono per identificare il concetto di benessere con quello di prodotto. I miei dubbi riguardavano in particolar modo la possibilità, prospettata da alcuni modelli teorici, di generare una crescita infinita del reddito nonostante la limitatezza di risorse a cui il genere umano è sottoposto; il futuro che questi modelli prospettano è quello di un mondo dove, anno dopo anno, ogni individuo produce, guadagna e consuma sempre di più.
Giunto il momento, quindi, di scegliere l’argomento da trattare nella tesi è stato naturale per me indirizzare la mia ricerca verso tematiche che mi permettessero di affrontare in maniera critica il complesso tema della crescita economica. L’input più importante per definire concretamente l’argomento del mio lavoro è però giunto quando, navigando sul web, mi è capitato di ascoltare un discorso di Robert Kennedy del 1968 in cui veniva sottolineata l’inadeguatezza del PIL quale indicatore di benessere. Quelle poche ma intense parole, pronunciate oltre 40 anni fa’, mi hanno fatto comprendere appieno il significato nascosto di questo indicatore e i rischi che si corrono nell’utilizzarlo come misura del benessere di una collettività.
Il PIL è una sommatoria di elementi eterogenei tra loro, alcuni dei quali hanno realmente effetti positivi sul benessere sociale, mentre altri, al contrario, producono una diminuzione della qualità della vita delle persone. Capire questo significa mettere in discussione l’assunto fondamentale di tutti i modelli di crescita tradizionali, cioè la sostanziale equivalenza tra benessere e reddito. Perseguire la crescita economica non significa automaticamente migliorare le condizioni di vita di una collettività, così come “decrescere” non significa necessariamente veder diminuire il benessere sociale, se a diminuire sono le componenti negative del PIL.
Il mio piccolo contributo in questo lavoro è stato quello di dimostrare che, se l’obiettivo delle politiche economiche è il miglioramento del benessere sociale, l’utilizzo di un indicatore distorto del benessere produce inevitabilmente scelte di policy distorte e quindi potenzialmente dannose.
Avere come obiettivo il benessere reale e non la mera produzione economica significa ridare un senso etico all’economia e alle politiche economiche in generale, attribuendo nuovamente importanza ad elementi quali l’uguaglianza sociale, il rispetto dell’ambiente o lo sviluppo di relazioni sociali. È in questo che possono essere rintracciate le motivazioni di fondo che mi hanno spinto ad affrontare questo argomento, cioè la profonda convinzione che sia ancora possibile realizzare un’economia più giusta, un’economia dove il denaro non sia l’unico “valore” di riferimento.

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